Ridurre Davide Uria alla definizione di poeta significherebbe trascurare la natura profondamente interdisciplinare della sua ricerca. Nato a Trani l’11 febbraio 1987 e formatosi in Pittura presso l’Accademia diBelle Arti di Bari, Uria appartiene a quella generazione di autori che non riconosce più confini netti tra letteratura, arti visive, critica e progettazione culturale. Nella sua opera la poesia dialoga con l’immagine, ilsaggio con la divulgazione, la curatela con la pratica artistica, dando vita a un percorso che rifiuta la specializzazione come limite e considera la cultura un sistema di relazioni.
Se la formazione pittorica costituisce il primo terreno della sua ricerca, è nella parola che Uria trova il proprio spazio espressivo privilegiato. La sua poesia, tuttavia, conserva sempre una matrice visiva: le immagini non illustrano il testo, ma ne diventano struttura, ritmo e silenzio. Successivamente approfondisce le dinamiche della comunicazione digitale e del web marketing, integrando strumenti contemporanei all’interno di una riflessione che non ha mai separato estetica e comunicazione.
L’esordio avviene nel 2010 con A cosa serve un cuore?, raccolta successivamente ripubblicata da Edizioni Pavone nel 2012, cui segue Vieni a cercarmi (2016). Dopo la chiusura della casa editrice, anziché limitarsi a recuperare quei testi, Uria sceglie di rimettere radicalmente in discussione il proprio lavoro. Da questo processo nasce Trame d’assenza (Augh! Edizioni, 2017), che rappresenta molto più di una nuova edizione: è una riscrittura, un gesto critico rivolto verso la propria opera, quasi un montaggio cinematografico della memoria.
Questa tensione verso la revisione diventa una costante della sua poetica. Nei libri successivi il testo non viene mai considerato definitivo, ma organismo vivo, continuamente attraversato dall’esperienza. È una concezione della scrittura che privilegia il processo rispetto all’oggetto editoriale e che trova una sintesi evidente in Non mi vedi (2023) e soprattutto in Oltre Tempo (2024), raccolta composta da trenta testi che intrecciano poesie inedite, riscritture e componimenti già pubblicati. La memoria, nella sua opera, non coincide con la conservazione del passato, ma con la sua continua trasformazione.
Nel 2020 realizza con l’illustratrice Mariateresa Quercia il progetto Panacea. Al di là dell’abisso, segnalato da Artribune, dove parola e immagine cessano definitivamente di essere linguaggi autonomi e diventano un unico dispositivo narrativo. In questo lavoro emerge con chiarezza una delle caratteristiche centrali della sua ricerca: l’attraversamento delle discipline come metodo creativo.
Il percorso poetico raggiunge una nuova maturità con Il mestiere di dimenticarti (2025), raccolta nata da un anno di scrittura quotidiana e costruita in sei sezioni. Qui il dolore non viene mai spettacolarizzato; al contrario, è sottoposto a un lento processo di sottrazione. Il linguaggio diventa essenziale, quasi chirurgico, fino a lasciare emergere il vuoto come autentico spazio della narrazione. L’assenza, tema ricorrente sin dagli esordi, non viene rappresentata come mancanza, ma come luogo in cui il significato continua ostinatamente a prodursi.
Parallelamente alla produzione poetica, Uria sviluppa una significativa attività di divulgazione dell’arte contemporanea. Con Lucio Fontana spiegato a mia nonna. Perché i tagli sono opere d’arte (2024), anch’esso segnalato da Artribune, sceglie una strada inconsueta: sottrarre l’arte contemporanea al linguaggio specialistico senza impoverirne la complessità. Il libro non banalizza Fontana, ma dimostra come sia possibile parlare di concetti complessi attraverso una scrittura limpida e ironica. Lo stesso approccio viene approfondito in Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea (2025), dove la divulgazione diventa esercizio critico, invitando il lettore a liberarsi dai pregiudizi che ancora accompagnano l’arte del Novecento e del XXI secolo.
Questa attenzione alla mediazione culturale attraversa anche il suo lavoro curatoriale. Tra le mostre curate figurano Minuscule (2012) e Collateral Identity (2019), entrambe ospitate a Palazzo Palmieri di Trani, cui si aggiunge nel 2025 la mostra dedicata a Paolo Gubinelli presso la Biblioteca Comunale della città. Dal 25 luglio all’8 agosto 2026 firma inoltre il testo critico della mostra collettiva La moglie del pescatore, ideata da Francesco Porcelli e curata da The Puglieser presso la libreria Ubik “Luna di Sabbia” di Trani. Anche in questo caso la scrittura critica non assume un ruolo descrittivo, ma entra nel progetto espositivo come parte integrante dell’esperienza di lettura dell’opera.
L’attività didattica completa questo percorso. Dal 2018 insegna Disegno e Storia dell’Arte presso l’Università della Terza Età di Trani e nel 2025 sviluppa laboratori dedicati all’arte contemporanea presso la Biblioteca Giovanni Bovio. L’insegnamento non rappresenta un’attività parallela alla ricerca, ma la sua naturale estensione: un luogo in cui la riflessione teorica incontra il pubblico e si misura con la necessità di costruire strumenti di comprensione condivisa.
Le sue poesie e i suoi interventi critici sono stati pubblicati da riviste e piattaforme culturali come la Repubblica, Rai Poesia, Frequenze Poetiche, Le Parole, Centro Culturale Tina Modotti, Venti Blog e dalla rivista peruviana Kametsa, che ha tradotto alcuni suoi testi in spagnolo, contribuendo alla diffusione internazionale della sua scrittura.
Più che raccontare il presente, Davide Uria sembra interrogare le condizioni stesse della sua rappresentazione. Le sue opere non cercano soluzioni, ma costruiscono spazi di sospensione. La memoria diventa materia, il silenzio una forma di linguaggio, l’immagine una modalità di pensiero. In questo senso la sua ricerca si colloca all’interno di una tradizione contemporanea che rifiuta la distinzione tra produzione artistica e riflessione critica: ogni poesia contiene un’idea sull’immagine, ogni saggio è attraversato da un gesto poetico, ogni progetto curatoriale diventa un’estensione della sua scrittura.
La sua opera, ancora in piena evoluzione, trova così la propria cifra più autentica nell’abitare costantemente una soglia: quella tra vedere e leggere, tra spiegare e creare, tra esperienza estetica e coscienza critica.
Ufficio stampa cosmonauta comunicazione





