Dalle proteste degli studenti contro le carenze della scuola e gli orrori della guerra alle mobilitazioni degli autotrasportatori contro l’aumento dei costi energetici, emerge una domanda che non possiamo più eludere: chi si sta occupando davvero dei problemi quotidiani dei cittadini, delle loro paure e delle loro speranze?
Finalmente le piazze tornano a parlare. E dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle, perché da quelle piazze non arriva soltanto una protesta: arriva il grido di chi teme di non avere più un futuro, di chi lavora e non riesce a far quadrare i conti, di chi chiede semplicemente di essere visto. Da una parte i giovani, che vogliono una scuola capace di offrire opportunità, strumenti e prospettive e che scendono in strada per dire no agli orrori della guerra. Dall’altra gli autotrasportatori, che ogni giorno tengono in movimento il Paese e oggi vedono il proprio lavoro minacciato dal costo del carburante. E quel peso, inevitabilmente, arriva anche sulle tavole e nei bilanci delle famiglie italiane. Sono proteste diverse, ma ci parlano della stessa ferita: una distanza tra la politica e la vita delle persone che non possiamo più considerare normale. Perché dietro i numeri ci sono volti, sacrifici e speranze.
La scuola, una priorità troppo spesso dimenticata
Le mobilitazioni studentesche riportano al centro una questione che dovrebbe stare a cuore a ciascuno di noi: il diritto a un’istruzione pubblica di qualità. Edifici da riqualificare, strumenti didattici da aggiornare, personale da valorizzare: non sono fredde voci di bilancio, ma il futuro dei nostri figli. Servono risorse, programmazione e una visione di lungo periodo. E lo slogan «nella scuola nessuno è straniero» ci offre una lezione di umanità: per questi ragazzi non c’è ragione di respingere i coetanei nati in Italia da cittadini stranieri o arrivati da poco nel nostro Paese, portando con sé la speranza di un futuro migliore.
Le politiche dei governi di destra non riescono a tradurre la centralità della scuola pubblica, solo proclamata a parole, in investimenti adeguati e continui. Investire nella scuola non significa soltanto finanziare edifici e programmi. Significa investire nella mobilità sociale, nella libertà individuale e nella capacità delle nuove generazioni di costruirsi un futuro senza che le condizioni economiche della famiglia determinino in partenza le loro possibilità. Una generazione che protesta non va guardata con sufficienza: va ascoltata, rispettata, presa sul serio. Quei ragazzi sentono sulla propria pelle l’incertezza del futuro. Non possiamo chiedere loro di avere fiducia se noi adulti, e soprattutto la politica, non dimostriamo di meritarla.
Guerra e crisi internazionali: il conto arriva anche nelle case degli italiani
Accanto alla scuola c’è il tema della guerra. Il diritto internazionale sembra essere stato cancellato dal nuovo ordine mondiale trumpista. Le guerre non si combattono più soltanto tra eserciti: troppo spesso a essere colpita è soprattutto la popolazione civile. Non possiamo abituarci alle immagini di vite spezzate, di genitori disperati, di bambini senza un domani. E non possiamo ignorare che le tensioni internazionali generano conseguenze economiche disastrose per i cittadini. Mentre i potenti ricavano vantaggi dai conflitti, sono le persone comuni a pagare il prezzo più alto. Questo deve indignarci, ogni giorno.
Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno mostrato quanto le famiglie e le imprese europee siano esposte alle tensioni geopolitiche, alle interruzioni delle forniture e alla volatilità dei mercati. A pagarne il prezzo sono anche i cittadini che vedono aumentare le bollette e le imprese che devono fare i conti con costi difficili da sostenere. E arrivato il momento che la politica si assuma la responsabilità delle proprie decisioni. In un mondo instabile, proteggere il potere d’acquisto delle famiglie, garantire sicurezza energetica e sostenere i servizi pubblici sono obiettivi primari. Ed il governo Meloni di fronte alle torsioni internazionali, economiche ed energetiche non ha colto l’occasione per tutelare l’interesse nazionale, non solo schierandosi con l’imbarazzante Presidente degli Stati Uniti ma non assumendo posizioni di indipendenza e di fermezza come quelli del Premier spagnolo, al quale ha addirittura chiuso la porta in faccia per la questione di Ceuta, strumentalizzata in maniera sproporzionata.
Autotrasportatori e agricoltori, il caro carburante e il rischio di un’economia sempre più fragile
La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori evidenza il disagio del nostro sistema produttivo. Sono donne e uomini che lavorano sulle strade e nei campi e rendono possibile la distribuzione delle merci e il funzionamento di una parte essenziale dell’economia italiana. Quando aumenta il carburante non soffre soltanto un’impresa di trasporto: il costo percorre tutta la filiera e finisce per pesare anche sulla spesa quotidiana dei cittadini.
Per le piccole imprese, che spesso dispongono di margini limitati, assorbire aumenti prolungati può diventare particolarmente difficile. Senza interventi efficaci, il rischio è che i costi si traducano in minori investimenti, difficoltà finanziarie e ulteriori rincari. Servono risposte concrete: maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi, politiche energetiche capaci di ridurre le vulnerabilità e una strategia credibile per accompagnare la transizione verso sistemi di trasporto meno dipendenti dai combustibili fossili.
Di fronte ai blocchi stradali che hanno interessato il Molise, a partire dal presidio “Fermo Autonomo” Fondovalle Tappino , e le principali arterie del mezzogiorno d’Italia, il Consiglio regionale del Molise ha approvato all’unanimità una mozione presentata dal gruppo del partito Democratico in cui si chiede alla Giunta regionale di sollecitare con forza il Governo affinché proceda non solo ad un taglio consistente ed urgente delle accise e dell’IVA sui carburanti, sterilizzando l’extra gettito, ma torni a rifinanziare il credito d’imposta per i settore dell’autotrasporto e dell’agricoltura e fissi un calmiere dei prezzi alla pompa. E anche l’Unione europea non può permettersi di restare ferma davanti a una crisi economica così grave, dagli esiti incerti, che rischia di pesare ancora sulle spalle dei più fragili.
La sinistra davanti alla sfida dell’ascolto
È qui che si apre una questione politica decisiva, che sento anche personalmente. Di fronte alle proteste degli studenti, dei lavoratori e delle categorie produttive, la sinistra italiana è chiamata a guardarsi dentro ed interrogarsi sul proprio rapporto con il paese reale. Partecipare alle manifestazioni, condividere le rivendicazioni, applaudire chi scende in piazza rappresenta un segnale di vicinanza ma non è sufficiente. La solidarietà deve diventare impegno quotidiano, proposte, iniziative parlamentari, programmi credibili e risultati concreti. Altrimenti rischiamo di deludere proprio le persone che diciamo di voler rappresentare.
La domanda è semplice: quali risposte vengono offerte a chi non riesce a sostenere il costo della vita? Quali risorse si intendono destinare alla scuola pubblica? Come si possono tutelare salari, pensioni e lavoro? Quale strategia energetica può ridurre la dipendenza dalle crisi internazionali? E come si può perseguire la pace senza rinunciare alla responsabilità diplomatica e alla sicurezza? Per la sinistra, la sfida consiste nel ricostruire un rapporto di fiducia con chi vive ogni giorno le difficoltà economiche, con chi teme di non poter offrire ai propri figli le opportunità che meriterebbero e con chi vede il proprio lavoro diventare progressivamente meno sostenibile. Un rapporto che non può fondarsi soltanto sulla contrapposizione alla destra, ma deve poggiare su obiettivi riconoscibili e impegni misurabili.
Il prossimo appuntamento è con la credibilità
Le prossime scadenze elettorali saranno anche un banco di prova per la capacità dei partiti di interpretare le domande che emergono dalla società. La storia europea, tuttavia, offre una lezione importante. Quando ampie fasce della popolazione si sentono abbandonate, quando le istituzioni sembrano incapaci di affrontare problemi concreti e quando le forze progressiste perdono il contatto con le preoccupazioni quotidiane, possono aprirsi spazi per forze di estrema destra che promettono risposte semplici a problemi complessi.
La sinistra italiana ha quindi davanti a sé una responsabilità precisa: ascoltare le piazze senza considerarle soltanto un’occasione di visibilità, riconoscere le difficoltà di chi lavora e investire in un progetto che metta al centro istruzione, lavoro, dignità economica, pace e giustizia sociale. Perché la scuola, il costo del carburante e le conseguenze delle guerre non sono questioni lontane tra loro. Entrano tutte nella stessa casa, nella stessa famiglia, nello stesso futuro che un genitore sogna per i propri figli. Sono parti di un’unica domanda: poter vivere con dignità, sicurezza e speranza.
Sono profondamente convinto che il Partito Democratico abbia la forza, i valori e soprattutto la responsabilità di affrontare queste sfide, a livello nazionale e nei nostri territori. Scuola, lavoro, dignità economica, pace e giustizia sociale non sono temi accessori: sono l’anima stessa della sinistra. La destra al governo, nel mondo, in Italia e a livello locale, ha mostrato una dolorosa insensibilità di fronte alle violazioni dei diritti umani nelle zone di guerra e alla tutela dei diritti sociali ed economici dei cittadini. Per questo sento ancora più forte il bisogno di una sinistra capace di ascoltare, di unirsi, di lottare e di dare risposte. Non dobbiamo limitarci a dire da che parte stiamo: dobbiamo dimostrarlo con i fatti, senza lasciare indietro nessuno.
Campobasso, 18/10/2026
Salvatore Tronca
Segretario della Federazione Medio Molise
Ufficio stampa Partito Democratico






