Tra i tanti studi ed incarichi diretti dalla dott.ssa Claudia Di Cino ricordiamo le sorveglianze di archeologia preventiva eseguite presso il matenodotto (Lanciano – Chieti e comuni interessati), altri lavori pubblici su Campo di Giove (AQ), la relazione per la messa in opera della pista ciclabile realizzata a Castel di Sangro nel 2016; la Sezione Preistorica del Museo Civico Aufidenate di Castel di Sangro (AQ) – Di Cino: “l’idea del libro nasce dal desiderio di divulgare i risultati di uno studio analitico effettuato su 188 reperti litici preistorici conservati presso il Museo Civico Aufidenate di Castel di Sangro (AQ)”.


Segue l’intervista a cura di Ezio Varrassi:
Dott.ssa Claudia Di Cino, perché hai scelto di diventare archeologa?
Bella domanda! Ho sempre avuto una spiccata curiosità e una naturale inclinazione per la storia, specialmente per quella della mia cittadina. Da bambina, insieme alla mia amica di infanzia, dopo la messa domenicale, amavamo andare alla scoperta dei tesori nascosti sull’antico Castello e per i vicoli del centro storico. Ho avuto la fortuna di avere mia madre nata per quelle strade, quindi conoscevo tutte le storie come ad oggi, grazie ai miei nonni che avevano casa proprio di fronte l’attuale pinacoteca Patiniana, Antico palazzo della famiglia nobile De Petra, all’epoca abbandonato, nonché sede ideale per ricreare con i racconti il passato di cui era noto. Da allora ho sempre avuto il desiderio di riportare in auge le vestigia del mio paese. E così feci! Con la mia laurea magistrale in Archeologia Preistorica, pubblicando la mia tesi sperimentale in un libro dove vengono analizzati manufatti preistorici appartenenti ai luoghi prospicienti Castel di Sangro. Crescendo mi sono formata anche sui luoghi nativi del mio papà, in provincia di Chieti, dove grazie alla presenza di mia nonna, che fu la prima a portarmi nel sito archeologico di Iuvanum, sono riuscita a concretizzare che la mia passione dovesse divenire una professione. In questi anni mi sono molto appassionata ai lavori di ricerca proprio grazie al mio lavoro e a ricreare le storie dei vari comuni che me l’hanno commissionate in giro per l’Abruzzo e mi auguro per il mondo!
Che lavoro vorresti fare da “grande”?
Devo ammettere che negli ultimi sei sette anni della mia vita sono riuscita a realizzare il mio sogno e diventare archeologa professionista. Da grande però mi vedo un’insegnante, perché amo la comunicazione e credo che i nuovi giovani abbiano bisogno di figure professionali di riferimento per appassionarsi alla materia.
Cosa non va nel tuo lavoro e cosa vorresti dal governo attuale?
Anche questa è un’altra bella domanda! Diciamo che nella nostra categoria, purtroppo, alcune leggi fortunatamente ci stanno tutelando ma altre non molto. Il nostro mestiere è ancora un po’ astratto! A livello professionistico sicuramente c’è bisogno di un perfezionamento e di maggiore tutela da parte degli organi competenti.
Un tuo desiderio o sogno riguardante l’archeologia, cosa vorresti scoprire?
Diciamo che mi sento una figura poliedrica chiaramente questo significa creare punti di comunicazione anche tra le varie culture, quindi una delle più belle scoperte, sicuramente potrebbe essere non solo in Italia ma anche all’estero e perché no, mi auguro prima o poi anche di trovarmi in una piramide in Egitto!!!
Fino ad oggi, qual è stata la scoperta più clamorosa e che non ti saresti aspettata?
Nel 2020, dopo soli 10 giorni dalla mia prima esperienza su un cantiere di metanodotto, ho scoperto una tomba apula in aperta campagna. Il luogo chiaramente non posso dirlo per il segreto professionale. Quella per me, è stata una gioia immensa e così importante che ho avuto la fortuna di condividerla in diretta telefonica con mia nonna che ora non c’è più.
La ricerca metodica ha permesso alla Dott.ssa Claudia Di Cino di realizzare un’indagine accurata sulle origini di tali manufatti che testimoniano il passaggio, l’adattamento e il successivo stanziamento degli ominidi fin dal Paleolitico. In questo vasto articolo la Dott.ssa Claudia Di Cino ci porta alla scoperta del sito archeologico di Santo Stefano in Rivo Maris, in Abruzzo a Casalbordino (CH):
Il sito si trova in Abruzzo, nel comune di Casalbordino (CH), a circa 500 metri dalla costa Adriatica, in prossimità del Regio Tratturo l’Aquila – Foggia, che ha una larghezza di circa 110 metri. Il percorso tratturale segue la linea costiera fino all’Abbazia di Santo Stefano in Rivo Maris, dopodiché cambia direzione verso l’Aquila.
Confina in direzione nord-est con il mare Adriatico, a nord-ovest con l’Abbazia di San Giovanni in Venere (anticamente denominata San Giovanni alla Foce del Sangro), a sud-est dall’antica Histonium (l’attuale Vasto) e infine a sud- ovest con il territorio di Casalbordino.

Img.1 Ruderi dell’Abbazia Santo Stefano in Rivo Maris.

Img.2 mappa del territorio.
CENNI STORICI SULL’ABBAZIA
La Badiadi Santo Stefano in Rivo Maris (chiamata anche “Santo Stefano in Rivomare” o “Santo Stefano di Rivomare”) risalente al periodo compreso tra la metà del V ed il VI secolo, attualmente versa in stato di rovina in località Santo Stefano, presso Casalbordino, in provincia di Chieti.
La struttura, una delle più antiche in Abruzzo, fu fondata dai monaci benedettini lungo una diramazione della Via Flaminia, che da Ancona conduceva a Brindisi all’interno del territorio del municipio di Histonium (Vasto), e dipendente inizialmente dall’Abbazia di Farfa, era posta in un promontorio di guardia sull’Adriatico e, soprattutto, a poca distanza dal Regio Tratturo L’Aquila-Foggia, l’antica via della transumanza con un’origine che potrebbe risalire almeno al III secolo a.C.. Le prime notizie sulla Badia di Santo Stefano le abbiamo dall’abate Pietro Polidoro; egli fu il primo che copiò, in una sua opera rimasta inedita[1], la Cronaca di Santo Stefano, ricavata da un codice membranaceo, poi perduto; nel codice il Polidoro riconobbe tre diversi caratteri e da tre autori diversi, dei quali il primo scrisse fino al 1060, il secondo fino al 1127 e il terzo, identificato come Rolando, priore e decano del Monastero, che terminò nel 1185. Nonostante Michelangelo Schipa, in un articolo apparso nel 1886 sull’Archivio per le provincie napoletane ne metta in dubbio l’autenticità, dalla Cronaca è possibile ricavare alcune date fondamentali; nell’anno 842 si registra un’invasione dei Saraceni e in tale occasione fu fondata la Chiesa di Santo Stefano per devozione di Gisone; a seguito di una nuova invasione dei Saraceni, datata 851, ci fu sia la ricostruzione della Chiesa, sia l’aggiunta del Monastero.
Di quest’opera intitolata De antiquitatibus Frentanorum ne scrisse il Minieri Riccio nella sua opera Biblioteca storico-topografice degli Abruzzi.
La storia del monastero fu molto travagliata, venne distrutto e ricostruito varie volte; infatti incrociando i dati della Cronaca con quelli trascritti dall’Antinori negli Annali degli Abruzzi si possono ricavare ulteriori informazioni. Nel 1060 i Normanni giunsero nel territorio del monastero e lo depredarono; nel 1081 il monastero si arricchì della donazione del cimitero di San Comizio in Pallano, nei pressi di Tornareccio; i donanti erano Roberto conte di Loritello e suo fratello Dragone conte di Chieti, figli di Tancredi d’Altavilla. Tale donazione viene confermata ancora nel 1096 dal figlio di Roberto, pure lui Roberto di nome. Nel 1257 l’abbazia fu annessa all’Abbazia cistercense di Santa Maria Arabona.
Molto scarse sono le notizie successive e sulla definitiva dismissione e distruzione della Badia. Tuttavia è lecito supporre che ne sia rimasta una traccia nella toponomastica locale e che con il nome di Santo Stefano in Rivo Maris si continuava ad identificare la zona anticamente occupata dalla Badia. Infatti il sito viene ancora menzionato come “Badia di Santo Stefano in Rivo Maris” nel fascicolo di un contezioso civile, datato 1768, tra il Barone Cassiodoro De lellis di Orsogna, affittatore dei beni della Badia contro i colori della stessa per ottenere il pagamento del terraggio. E ancora nel 1811 la Badia viene citata in due incartamenti degli affari comunali di Casalbordino: uno sulle spese da sostenere per la costruzione del fossato davanti la Badia, l’altro contenente la nomina del perito per la misurazione dei terreni della Badia stessa. Questi ultimi documenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Chieti.
Negli anni ’90 del Novecento furono compiuti scavi archeologici presso il sito, rinvenendo un antico pavimento a mosaico presso la navata maggiore.
Attualmente l’abbazia versa in uno stato di rudere.
INQUADRAMENTO STORICO DELL’EPOCA
La strategia di posizionamento delle proprietà fondiarie dei monasteri lungo la costa del medio Adriatico tra l’VIII e l’XI secolo, rivela una pianificazione precisa e funzionale agli interessi economici e di controllo del territorio. I monasteri, al fine di espandere il proprio mercato di produzione agricola, hanno scelto luoghi facilmente accessibili dalle rotte marittime, in particolare vicino alle foci fluviali e ai laghi costieri. Questo non solo permetteva un commercio più ampio ma rifletteva anche un forte legame tra il potere ecclesiastico e quello secolare. Il controllo di queste aree, infatti, rientrava nel dominio del publicum, ovvero nelle mani dei sovrani ma i monasteri riuscivano a ottenere una posizione dominante grazie alla loro crescente influenza. Inoltre, il riferimento al “cuore dell’imperativo carolingio” suggerisce una continuità di modelli organizzativi che vanno al di là dei confini italiani, influenzando la geografia patrimoniale anche in altre regioni d’Europa.

Img.4 estratto Tabula Peutingeriana S. Stefano in Rivo Maris
La rilevanza di questa osservazione risiede nel fatto che la produzione monastica era così vasta da dettare l’andamento delle contrattazioni commerciali. Questo non solo conferma la centralità dei monasteri nell’economia medievale ma segnala anche la strategia organizzativa dei monaci che presidiando le principali vie d’acqua, fluviali e lacustri, riuscivano a garantire una movimentazione più fluida dei beni, ottimizzando i flussi di merci e capitali.
In effetti, la gestione dei trasporti fluviali e lacustri diventava un elemento essenziale per il successo delle abbazie, in quanto consentiva loro di accedere a mercati più ampi e di ottenere profitti significativi.
La scelta di queste rotte non era casuale, ma rientrava in una logica di sfruttamento efficiente delle risorse naturali, che consentiva ai monasteri di consolidare la loro influenza economica e politica, creando una rete di scambi che si estendeva ben oltre i confini delle loro proprietà immediate.
La loro capacità di controllare e monitorare queste rotte di commercio attraverso fiumi e laghi evidenziava una pianificazione strategica che si integrava con l’aspirazione di centralizzare le risorse e facilitare il commercio.
Approfondendo questi temi, un altro studioso, il Prof. Federico Marazzi, verificò che effettivamente la situazione era ancora più organizzata nel dettaglio e che la presenza lungo i fiumi e i laghi di proprietà monastiche aveva assunto durante il IX secolo, un carattere si sistematicità assoluta.
Questo aspetto era già emerso nelle ricerche dal Prof. Marazzi durante gli anni ’90 ma che in questa circostanza si sono ulteriormente approfondite, prendendo spunto anche dalla notevole massa di nuovi dati archeologici emersi, soprattutto attraverso attività svolte sul territorio da Andrea Staffa della Soprintendenza dell’Abruzzo, il quale ha rivelato pagine del tutto inedite della storia del litorale medio-adriatico, a partire dalla scoperta di una sua permanenza sotto il controllo bizantino sino alla metà circa del VII secolo.
Le differenze rispetto alla situazione rilevata lungo la costa tirrenica sono evidenti. Se lì i protagonisti della “colonizzazione monastica” delle coste sono essenzialmente, per quanto riguarda il tratto campano, solo Montecassino e San Vincenzo al Volturno e, per quello della Tuscia, Farfa e San Salvatore al Monte Amiata, il versante adriatico propone una situazione assai più articolata.
Va naturalmente tenuto conto che il versante tirrenico presenta la non secondaria differenza dell’interruzione” rappresentata dalle aree napoletana e centro-sud laziale, che ricadono nel novero di quelle rimaste sotto controllo bizantino e che in questa ricerca non sono state prese in considerazione, ma che mi propongo di esaminare in un prossimo futuro.
Tuttavia, oltre che per la diversa caratterizzazione geopolitica, le caratteristiche del litorale adriatico divergono anche per altri motivi non secondari, dei quali almeno due – che mi sembrano i più rilevanti – vanno evidenziati:
- il versante Medio Adriatico è privo di vie d’acqua di portata paragonabile al Tevere e al Volturno mentre, al contrario, è ricchissimo di estuari di corsi d’acqua di portata piccola e medio-piccola che, nelle condizioni proprie della navigazione altomedievale, costituivano altrettanti potenziali punti di scalo;
- lungo le coste medio-adriatiche, a sud di Ancona e a nord dell’area barese, nell’Alto Medioevo non vi sono centri urbani rilevanti direttamente affacciati sul mare (come Amalfi, Napoli e Gaeta) o comunque, come Roma, ad esso collegati da tratti fluviali brevi e facilmente navigabili.

Img.8 mappa monasteri tra cui S. Stefano in Rivo Maris.
Un’altra fondazione dovuta ai conti di Chieti, ma di cui pure è lecito supporre una maggiore antichità, è quella di San Giovanni in Venere, che si trova in posizione simmetrica rispetto a Santo Stefano nei confronti della foce del Sangro, e che risulta istituita nell’anno successivo, e cioè nel 972. Come già ricordato nel caso di Santo Stefano di Rahone o in Strata, anche San Giovanni in Venere sarebbe sorto nell’area di un castrum di origine bizantina, attestato nel VI secolo e una chiesa con lo stesso agionimo risulterebbe esistente già nella prima metà del IX secolo fra le pertinenze di Farfa.
Con un nome quasi uguale a quello attestato alla foce del Sangro, e cioè Santo Stefano in riva Maris, è noto un altro insediamento monastico costiero, posto nell’attuale territorio di Martinsicuro e dipendente dall’abbazia marchigiana di Santa Maria di Montesanto a Civitella del Tronto. I dati cronologici relativi a questo insediamento sono molto labili anteriormente all’XI secolo.
INDAGINI ARCHIVISTICHE
Dalle mie indagini condotte direttamente presso l’Archivio di Stato di Chieti, (in circa due mesi di lavoro intenso) sono emersi importanti fascicoli dell’‘800 dove, in collaborazione con la D.ssa M. Arbolino, sono stati studiati alcuni tra questi importanti documenti; i principali sono:
- Fascicoli dal 1807 al 1815,
- Fascicoli del 1811;
- Fondi Intendenza d’Abruzzo Citra (affari comunali. Busta 173).
- REGIA UDIENZA, causa del Barone De Lellis di Orsogna, affittatore delle terre della Badia di S. Stefano in Rivo Maris, contro i coloni che non pagavano il terraggio. (1768).
Quest’ultimo è uno dei documenti più antichi consultato da me personalmente, ad oggi ancora conservato presso l’Archivio di Stato di Chieti. Di questi documenti preziosi allego foto in seguito:

di Di Cino Claudia, ricerche condotte presso l’Archivio di Stato di Chieti.

Foto 2 di Di Cino Claudia, ricerche condotte presso l’Archivio di Stato di Chieti

Foto 3
di Di Cino Claudia, ricerche condotte presso l’Archivio di Stato di Chieti.

Foto 4
di Di Cino Claudia, ricerche condotte presso l’Archivio di Stato di Chieti.

Foto da 5 a 8,
di Di Cino Claudia, ricerche condotte presso l’Archivio di Stato di Chieti.



PROGETTO DI RIQUALIFICAZIONE DELL’AREA ARCHEOLOGICA
Data l’importanza del Sito, con il presente progetto si intende riqualificare la zona attraverso alcune procedure fondamentali. La prima riguarda un intervento di pulizia profonda della zona abbandonata e ricoperta da abbondante vegetazione, con indagine preliminare attraverso l’uso di Georadar che permette di arrivare in profondità per conoscere l’estensione della struttura per poi procedere all’apertura di saggi di scavo.
La seconda prevede l’apertura di uno scavo archeologico per riportare alla luce le antiche fondamenta della Badia (con le sue catacombe), i suoi mosaici e la pavimentazione arcaica della Via Flaminia, che da Ancona conduceva a Brindisi all’interno del territorio del municipio di Histonium (Vasto), successivamente riutilizzata durante il Medioevo, per poi essere ripreso come percorso del Regio Tratturo l’Aquila- Foggia.
La terza prevede l’ausilio di esperti del restauro per recuperare e consolidare gli antichi manufatti di pregio tra cui il mosaico nella navata centrale rinvenuto durante lo scavo condotto negli anni ’90. Esso è caratterizzato da motivi geometrici e compositi (cornici con archetti intrecciati, nodi salomonici, pelte contrapposte) ed è contraddistinto da elementi vegetali stilizzati (foglie cuoriformi e viticci). Il mosaico è strutturato in suddivisioni rettangolari tranne per un riquadro con tasselli mancanti in cui è raffigurato una testa di cervo. Dalle zone rimaste intatte si può intendere che il mosaico raffigurasse scene del Salmo. La pianta raffigurata nel mosaico a forma di vite rappresenterebbe l’albero della vita e quindi inerente all’Eden ed il cervo viene identificato con un fedele anelante dopo il battesimo.
Successivamente dal punto di vista del turismo si può procedere alla creazione di itinerari archeologici e naturalistici che permetteranno al comune di Casalbordino di ampliare il proprio flusso turistico consentendo un aumento vistoso di presenze e attirare fondi di finanziamento da reimpiegare all’interno del sito per permetterne un maggiore sviluppo a vantaggio della comunità stessa. Inoltre, si creerebbero nuovi posti di lavoro per giovani non solo locali che attraverso i professionisti come noi, potranno diffondere le ricerche e gli studi condotti.
BIBLIOGRAFIA:
SSRM = Chronicon rerum memorabilium monasterii Sancti Stephani protomartyris ad Rivum Maris scriptum a Rolando Monacho, Chieti, P. Saraceni, 1876 (ristampa con traduzione e note a cura di A. Lorenzetti e introduzione di J.-M. Martin, Avezzano, 2014).
Antinori 1971a Antinori A.L., Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, p. sub anno 1060.
Antinori 1971b Antinori A.L., Annali degli Abruzzi, Bologna, Forni Editore, 1971, pp. sub anno 1081 sub voce “S. Stefano in Rivo Maris”.
Antinori 1971c A. L. Antinori, Annali degli Abruzzi, VI, Bologna, Forni Editore, 1971, pp. sub anno 1096 sub voce “S. Stefano in rivo Maris”.
Antinori 1777 Annali degli Abruzzi dalle origini all’anno 1777, vol.VI
Balducci 1926 Balducci A., Regesto delle pergamene della curia arcivescovile di Chieti, Casalbordino, 1926.
De Benedittis 2008 De Benedittis G., Il porto romano sul Biferno tra storia e archeologia, Campobasso, 2008.
Faustoferri 2008 Faustoferri A., Aquilano D., La “fabbrica” dei Santi Vito e Salvo, in M.C. Somma (a cura di), cantieri e maestranze nell’Italia medievale, Spoleto, 2008 (De Re Monastica, II), p. 135-156.
Marazzi 2003 Marazzi F., L’Adriatico centrale nell’Alto Medioevo: i problemi archeologici, in F. Lenzi (a cura di), L’Archeologia dell’Adriatico dalla Preistoria al Medioevo, Firenze 2003, p. 499-506.
Schipa M. 1885 La Cronaca di S.Stefano ad rivum maris in Archivio storico per le province napoletane, vol. X (1885).
Staffa 1991 Staffa A.R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1: primi elementi per la ricostruzione dell’assetto antico ed altomedievale dell’abitato di “Ostia Aterni – Aternum”, in Archeologia Medievale, 18, 1991, p. 201-379.
Staffa 2002 Staffa A.R., L’Abruzzo costiero. Viabilità, insediamenti, strutture portuali ed assetto del territorio fra Antichità e Alto Medioevo, Lanciano, 2002.
TULIPANI 2001 Tulipani L., Un esempio di continuità fra tarda antichità e medioevo: il complesso cultuale di S. Stefano in Rivo Maris a Casalbordino (CH), in “Archeologia Medievale”, XXVIII, 2001, pp. 323–340.
Wickham 1982 Wickham C., Studi sulle società degli Appennini nell’Alto Medioevo. Contadini, signori e insediamento nel territorio di Valva (Sulmona), Bologna, 1982 (Quaderni del Centro Studi Sorelle Clarke, 2).
SITOGRAFIA:
La conquista monastica del litorale adriatico (secoli VIII-XI), F. MARAZZI PAG.13-42;
https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_Santo_Stefano_in_Rivomaris
FOTO DEL SOPRALLUOGO SUL SITO DI SANTO STEFANO IN RIVO MARIS A CURA DELLA D.SSA CLAUDIA DI CINO IN DATA 5 MARZO 2025





Conclusioni
La ricerca storica di questa parte di territorio ha cercato in linea di massima di ricostruire la sua occupazione antropica durante i secoli. Le fonti storiche e bibliografiche dimostrano e accertano il notevole interesse storico, archeologico, naturalistico e paesaggistico. L’intervento di riqualificazione interessa, come già detto, diversi elementi che costituiscono nell’insieme un ecomuseo (istituzione che si occupa di studiare, tutelare e far conoscere la memoria collettiva globale di una comunità delimitata geograficamente e il suo rapporto storico e attuale con le risorse ambientali del territorio) per la popolazione di appartenenza, per i comuni limitrofi e soprattutto si propone la salvaguardia, la tutela e la conservazione dell’ambiente per le generazioni future.
Pertanto il progetto si propone di indagare adeguatamente il sito con strumenti specifici per la ricerca, come il Georadar, che permetterà di individuare la presenza nel sottosuolo, attraverso le prospezioni, di elementi di interesse storico – archeologico:
–ricerca delle antiche mura (a scopo difensivo),
-ricerca delle eventuali tombe,
-ricerca delle prime fondamenta della “Badia” e della villa romana e pre-romana;
– ricerca e miglioramento dell’antico percorso viario,
– la presenza o meno di ordigni bellici,
-l’analisi per determinare i fenomeni del carsismo, (dando così le dimensioni reali e la profondità delle cavità prima di intraprendere i lavori di scavo).
Successivamente a queste attività di pulizia e recupero verrà conferita al sito di Santo Stefano in Rivo Maris la sua originaria beltà, non dimenticando di ripristinare gli Orti utilizzati dai monaci benedettini per le loro piante officinali. In questo modo, sarà offerta al visitatore la possibilità di integrare, ad un percorso storico-archeologico, anche quello naturalistico che si avvale della conformità naturale del luogo rivolto verso il mare Adriatico, sul quale si scorge il tratto viario R.T. ( Regio Tratturo l’Aquila -Foggia) che sarà migliorato al fine di garantire un percorso paesaggistico più completo e pertinente. Alla luce di quanto esposto, la riqualificazione territoriale anticipa la costituzione di un Parco Archeologico, ossia un’area delimitata con presenze archeologiche significative creata ed organizzata sia per la conservazione dei beni monumentali in essa contenuti sia per la tutela dei suoi valori storici ed ambientali. In altre regioni italiane l’istituzione dei parchi ha permesso di portare alla luce antiche città collocate su grandi vie di comunicazione, mostrando le pavimentazioni stradali, edifici storici, resti di domus, teatri e anfiteatri. Il caso del Monastero di S. Stefano in Rivo Maris è analogo a questi esempi e merita di risplendere della luce delle sue antiche vestigia. Inoltre, il Parco ha il compito di garantire la fruizione e l’uso ottimale delle risorse naturali e culturali che sono contenute nel territorio stesso; l’idea sarebbe, poiché si abbraccia un periodo storico molto ampio, che il parco archeologico sposi le esigenze di tutela e fruizione, come descritto nell’ art. 9 Cost. “tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della nazione”. (vedi anche art. 1 del Codice ed artt. 2, 3, 4).
Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, tutela il luogo, intendendo “il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani, e dalle loro interrelazioni” art. 131.
Ai sensi dell’art. 134 si considerano beni paesaggistici, quindi sottoposti a tutela:
- gli immobili e le aree di notevole interesse pubblico indicati nell’art. 136,
- le aree tutelate per legge per il loro interesse paesaggistico e indicate nell’art 142,
- gli ulteriori immobili e aree sottoposti a tutela dei piani paesaggistici.
Inoltre citiamo l’art.148 comma 1.
“Le Regioni promuovono l’istituzione e disciplinano il funzionamento delle commissioni per il paesaggio di supporto ai soggetti ai quali sono delegate le competenze in materia di autorizzazione paesaggistica, ai sensi dell’art 146 comma 6”.
Dopo aver presentato il progetto e dopo un”ampia ricerca storica, attualmente il sito archeologico è in attesa di riqualificazione per essere riconsegnato una volta per tutte alla collettività e alla storia del territorio. Ci auguriamo che gli organi di competenza possano intervenire ed erogare dei fondi per rimettere in vita una parte del passato importantissima della storia di Casalbordino e dalla stessa regione Abruzzo.
Ricerca storica a cura della d.ssa in Archeologia, Beni Culturali e Turismo Claudia Di Cino con il supporto della d.ssa Mariachiara Arborino.
Copyright della relazione di Claudia Di Cino materiale fotografico di archivio.
Per info e approfondimenti vi invitiamo a contattare la d.ssa Claudia Di Cino alla pagina Facebook Claudia Di Cino, Istagram claudia.di.cino_archeologa e all’indirizzo di posta elettronica mail- claudiadicino@libero.it
Ezio Varrassi





