La S.O.A. aps lancia l’allarme sugli avvelenamenti causati dall’utilizzo dei veleni per topi e chiede agli Enti Parco di intervenire

I veleni  usati da ditte di derattizzazione, agricoltori e proprietari di case  sono di facile acquisto in qualsiasi negozio di prodotti per l’agricoltura, i principi più utilizzati attualmente  raggiungono concentrazioni più elevate nei roditori e sono quindi più letali anche per tutti gli animali, sia selvatici che domestici ( soprattutto gatti), che li mangiano.

Negli ultimi anni il problema nei confronti di predatori come i rapaci diurni e notturni si è aggravato perché i rodenticidi di seconda generazione uccidono molto lentamente;, i roditori continuano a mangiarli molto tempo dopo aver ingerito una dose letale e quando muoiono, o poco prima della morte contengono molte volte la dose letale con effetti devastanti anche per predatori ed animali domestici. 

È dimostrato inoltre che le conseguenze dell’avvelenamento negli animali selvatici non riguardano solo gli uccelli rapaci, ma qualsiasi uccello, mammifero, predatore o necrofago. Ovviamente, negli animali di maggiore dimensione, come lupo, orso e volpe, la dose letale aumenta con il peso, rendendo più difficile la morte immediata, a differenza di quanto accade nei piccoli predatori alati, più vulnerabili. 

Non a caso l’Agenzia Americana di Protezione Ambientale (E.P.A.) li ha dichiarati troppo pericolosi per l’uso pubblico e ne ha ordinato il ritiro dal mercato.

La sovrapposizione tra la dieta di alcuni Strigiformi italiani e le specie colpite da interventi di controllo con rodenticidi anticoagulanti appare netta (in particolare nel barbagianni, nel gufo comune e nell’allocco).

In USA una ricerca di Maureen Murray della Tufts Cummings School of Veterinary Medicine nel Massachusetts ha dimostrato la presenza di rodenticidi nell’86% dei fegati di rapaci esaminati e tutti tranne uno contenevano brodifacoum, che insieme al difetialone rappresenta uno dei due rodenticidi di seconda generazione più tossici per gli uccelli .

In Gran Bretagna le necroscopie hanno rivelato i veleni nel 92 per cento dei nibbi reali, nel 91 per cento dei barbagianni e nell’80 per cento dei gheppi. In Danimarca i rodenticidi sono stati trovati nel 73% di tutti i rapaci sottoposti a necroscopia.

Le derattizzazioni attualmente eseguite da molte amministrazioni e privati non sembrano considerare il possibile impatto di queste molecole nei predatori di micromammiferi, elemento fondamentale in un’ottica di sostenibilità ambientale dell’intervento.

Poiché la normativa è di carattere nazionale i comuni non possono vietare la vendita di alcuni prodotti ma possono emanare ordinanze del sindaco per limitarne l’uso invocando problemi di salute pubblica e di tutela degli animali domestici e, come realizzato dal Dipartimento dell’Ambiente di San Francisco, lanciare una campagna educativa .

In commercio sono già disponibili rodenticidi alternativi a base di colecalciferolo (Vitamina D3) principio attivo di nuova generazione utilizzato come rodenticida sub-acuto che agisce interrompendo il metabolismo del calcio nei roditori, senza rischi per gli eventuali predatori selvatici e domestici dei topi e ratti.

La S.O.A. aps ha inviato una lettera agli Enti Parco, con le pubblicazioni scientifiche di riferimento, chiedendo di intervenire con attività di sensibilizzazione, di ricerca  e di supporto all’utilizzo di tali prodotti.

Barbagianni foto M.Pellegrini

Ufficio stampa Stazione Ornitologica Abruzzese APS

Ti è piaciuto? Condividilo!